FAUNA EOLIANA

Integralmente tratto da:
EOLIE DI VENTO E DI FUOCO
di Gin Racheli
Ed. Mursia

 

 
Alcuni animali delle Eolie (tra parentesi i nomi delle isole dove si trovano in modo particolare)
Mammiferi:Capra, Coniglio, Delfino, Foca Monaca(estinta)                        
Uccelli:Berta maggiore, Berta minore,Cardellino,Corvo imperiale, Gabbiano reale,Magnanina,Occhiocotto,Passero maltese,Passero solitario,Piccione selvatico,Rondone pallido,Scricciolo, Sterpazzola, Uccello delle tempeste,Zigolo nero.
Uccelli rapaci:Assiolo,Barbagianni o « Faccia d'omu »,Civetta, Falco della regina,Falcone pellegrino,Fanello mediterraneo,Gheppio (Lipari),Poiana (Lipari).
Rettili:Biscia,Geco,Lucertola,Tartaruga franca,Tartaruga marina,

Pesci:(Vertebrati) Aguglia,Cernia (Filicudi),Dentice, Grongo, Murena,Orata, Pauro,Pesce spada,Ricciola,Rombo,Rondine di mare,Sarago, Scorfano,Squalo (Panarea),Tonno,Triglia

Pesci: (Invertebrati)Attinia,Corallo nero,Corallo rosso, Gasteropodi vari,Lamellibranchi,Medusa,Polpo,Riccio di mare, Seppia,Stella di mare

Crostacei: Aragosta,Gamberetto,Granchio,Paguro.

Coleotteri:Anoxia matutinalis : Scarabeo,Àlphasida grossa, Gunarus parvulus,Helopondrus  assimilis,Pedinus helopoides,  Probaticus anthrax

Farfalle:Sfinge

Ragni:Epeira diademata

 

Gli animali

Se è importante entrare in rapporto con il regno vegetale, al fine di una vacanza veramente ricreativa, addirittura indispensabile è lasciarsi pene­trare e toccare dal regno animale : se siamo noi aperti, ci accorgiamo su­bito che alle Eolie, così come in qualunque punto del globo, la vita è tutta un movimento. Spesso, fra tanto movimento, gli unici esseri immobili, sta­tici, inerti sono proprio gli uomini, quelli che fanno le « ferie » e non le « vacanze », chiusi, ottusi, sordi e ciechi a tanta meraviglia, occupati sol­tanto del loro corpo, del loro riposo, del loro vestiario. In ogni momento delle nostre vacanze alle Eolie siamo stati accompagnati dall'entusiasmante presenza viva degli animali; essi ne hanno, anzi, a tal punto permeato l'esperienza, che non ricordiamo un solo giorno senza in­contri con pesci, uccelli, mammiferi, rettili o insetti. Alle riunioni quoti­diane del gruppo si poteva essere certi della presenza di un cane, o di un gatto, o di un geco, o di un gabbiano, o di una farfalla, che evidente­mente trovavano l'atmosfera di quel cerchio umano tanto rassicurante da accettare di parteciparvi. I nostri interminabili bagni erano resi fantastici dai giochi con i pesci: nuotavamo in pacifici greggi di animaletti argentei che pascolavano nelle alghe; indovinavamo i rombi, perfettamente mime­tizzati nella sabbia; restavamo a bocca aperta davanti a splendide stelle marine rosse; ridevamo delle buffonate dei paguri; gettavamo urli agitati allo scoprire la sagoma invertebrata e sinuosa di un polpo, o nel subire la... carezza poco piacevole di una piccola medusa. Oltre a ciò, chiedemmo ad alcuni dei massimi scrittori di arricchire ancora e ancora la nostra cono­scenza « umana » del mondo animale e possiamo testimoniare di avere tra­scorso ore indimenticabili, con le Eolie che fornivano scenari ideali alle narrazioni come // vecchio e il mare di Hemingway o il mitico Moby Dick di Melville.I pochi medaglioni che qui seguono, sono, lo ricordiamo, soltanto inviti e sollecitazioni che lanciamo ai lettori, nella speranza che si lascino ten­tare ad entrare, attraverso l'osservazione degli animali, nell'ampia ricerca verso l'unità della vita. Ma altri, molti altri, hanno raccontato, meglio di noi, i nostri fratelli maggiori

 

II Geco (Platydàctylus muralis - Classe dei Rettili)

Al primo incontro, il Geco fa una certa impressione: è, sì, una lucertola, ma il suo corpicciolo ha un aspetto così antico, appena abbozzato... La testa è troppo grossa sia rispetto al collo sia al resto del corpo; in più, ricorda quella dei grandi Sauri che ci dicono essere esistiti milioni di anni or sono, ovoidale, piatta, con due occhietti che ci fissano come capoc­chie di spillo. Ma fissano poi noi, o l'universo possibile?

 Piatto e troppo largo ha anche il tronco, rispetto al quale la coda è troppo corta; abbiamo sempre in mente il modulo della     snella ed elegante lucer­tola, che altera in noi il giudizio su questo piccolo rettile esteticamente meno evoluto.

Se ne sta li, sul muro di casa, o su una roccia, o sulla foglia di un fico d'India, anche sul soffitto, capovolto quindi rispetto alla legge di gravita, con le sue quattro zampette larghe e le sue cinque dita larghe per ogni zampetta: come si sostiene?

// Geco: particolare delle lamelle adesive alle estremità delle dita.

 

E a questo proposito facciamo la seconda scoperta dopo quella del suo aspetto generale preistorico. Il Geco ha le estremità d'ogni dito allargate, a forma di dischetto; e sotto, dispone di lamelle adesive che gli consen­tono di saldarsi a qualsiasi parete liscia, anche di vetro, nelle più disparate posizioni. E ciò perché, sia di giorno sia di notte, trascorre ore ed ore immobile, ad aspettare la preda : moscerini, zanzare, piccolissimi in­setti. La quale preda, passando o volando in quei pressi, ben difficilmente scorge il Geco, poiché esso (terza nostra meraviglia) è perfettamente mi­metizzato con l'ambiente che lo ospita : grigio-marroncino puntinato di nero quando staziona sulla roccia, grigio-pallido quand'è su un muro, grigio-verdino quando sta su un fico d'India. La Natura ha dotato il pigrone di questo straordinario potere mimetico come pochi altri animali. Perciò la vittima designata viene colta da un improvviso, fulminante scatto del piccolo Geco quando meno se l'aspetta, e ghermita da una linguetta velocissima e viscosa che in un attimo la introduce dalla dolce libertà dell'aria al suo fatale destino di cibo nella catena degli esseri viventi. Secon­do noi, i Gechi sono anche sedentari e abitudinari : nel nostro primo sog­giorno alle Eolie, infatti, avemmo ospite per ben dieci sere consecutive una bella coppia di questi animaletti sul trave che sosteneva il pergolato del ristorante dove prendevamo i nostri pasti a Panarea, proprio in cor­rispondenza del nostro tavolo, a breve distanza da una lampada che con la sua luce attirava numerosi insetti volanti. Ogni sera li cercavamo con la luce delle torce elettriche e i due Gechi, maschio e femmina, erano lì pun­tuali e divennero a poco a poco così familiari che, quando cercammo un nome per il nostro gruppo, lo chiamammo il « Geco ».

I Gechi li trovammo poi dovunque: a Lipari, a Stromboli, nelle passeg­giate, in camera. Anche i più diffidenti di noi, a poco a poco, entrarono in tanta dimestichezza con le piccole lucertole « preistoriche », da finir col considerarle un incrocio fra la mascotte e il portafortuna. Se poi incontravamo un Geco-bambino, lungo non più di 2-3 cm, goffo e troppo innocente, ci si dava un gran da fare a non spaventarlo e a fargli guadagnare posizioni più sicure...

II nostro amico è assolutamente innocuo : in passato la sua apparenza, certo non edificante, ha spinto la fantasia delle donnette a ritenerlo velenoso. Niente di tutto ciò. Il Geco è un animaletto innocuo, utilissimo perché si ciba di insetti nocivi, timido, non certo un genio. La sua... relativa bellezza finisce per strappare la simpatia di chi è dotato di un minimo di senso dell'umorismo. Noi possiamo dire che il Geco porta fortuna, se

10 rispettate: la fortuna di una meravigliosa vacanza!...

11 Gabbiano comune (Larus ridibundus, Specie degli Uccelli acquatici -Gruppo dei Nuotatori)

Se l'è cavata invero a buon mercato lo scienziato che decise di rinchiu­dere il grido del Gabbiano nella definizione ridibundus: a noi sembra che fra le molte sfumature della sua voce, la risata sia senz'altro una delle più infrequenti. Piuttosto può accadervi di sentirlo stridere non proprio allegramente, ma anzi, rompendo il silenzio dove è più fondo con la sua lunga nota sospesa; o fendere l'immensità del mare e la sua sonorità con quel grido che la ferma nel tempo, la rende meno vasta, a portata del nostro bisogno di malinconia. Oppure può far rabbrividire di spavento, quando, come nel caso delle Diomedee delle Isole Tremiti, i Gabbiani pian­gono nella notte il loro disperato singulto di bambini per la morte di un eroe... Alle Eolie, però, essi non spaventano mai, anche perché sono tal­mente vicini che si finisce per assimilarne la presenza al paesaggio che dall'esterno ci si stampa nell'anima.

Circumnavigando le isole, noterete comunque che essi hanno i loro nidi e le loro assemblee sempre dove le coste sono più scoscese ed inaccessibili, o sul cocuzzolo di uno scoglio solitario svettante dalle profondità marine. A volte punteggiano di bianco in schiera lo scivolo nero e impressionante della Sciara del Fuoco di Stromboli, le immense colonne delle cattedrali basaltiche di Basiluzzo, i mostri pietrificati di Strombolicchio, le rocce ros­sastre di Panarea.

Il volo dei Gabbiani, lo sapete, attraversa la vostra fantasia e i vostri sogni quando navigate o ve ne state stesi al sole sulle sabbie dopo un bagno rigenerante. Ma osservatelo bene: le grandi ali, che hanno un'apertura anche di 75 centimetri, sembrano plasmate per il vento, per utilizzare il più lieve soffio, la raffica più tempestosa, o per remigare con eccezionale energia nella più completa bonaccia.

Non stupisce tanto il battito delle ali, quanto gli interminabili momenti in cui l'uccello si libra ad ali ferme, come godendo in ampie virate d'uno stato divino di assenza di peso. Poi, all'improvviso, il Gabbiano in volo piega il capo verso il mare sottostante, osserva, vede, punta... e con una picchiata mozzafiato si lancia verso le onde. Cade? Si immerge? Come potrà fermarsi o frenare? Nell'attimo della nostra suspense, esso frena con tutto il suo essere, con tutto il suo straordinario apparato aeronau­tico di penne timoniere, di alettoni, di carrello estraibile. Le sue zampe palmate, prima perfettamente aderenti al corpo, si tendono ora in fuori, verso l'acqua, con le dita ben aperte e la membrana tesa come i paraca­dute che frenano l'impatto dei jet sulla portaerei.

E un momento dopo, il Gabbiano si è posato sulla « pelle » del mare con una sicurezza, un'eleganza, una leggerezza che solletica in chi l'osserva quel tipo di invidia estetica, che può chiamarsi struggimento, commozione. Altre volte il tuffo del Gabbiano è ancora più impressionante poiché esso penetra col lungo becco sott'acqua e, con un colpo d'ala d'inaudito vigore, se ne rimonta in aria cabrando, tenendo in bocca un guizzante pesciolino. Si possono passare ore immersi nel volo dei Gabbiani : questi esseri fatti per navigare nei due elementi che più richiamano in noi terrestri la nostalgia acuta per le patrie perdute. Aria e acqua sono per questi uccelli benedetti la stessa ragion d'essere del loro corpo, del loro destino : ele­menti plastici e concreti d'un muoversi che, se fosse umano, si chiame­rebbe arte; essendo dei Gabbiani, è naturale.

I rapaci delle Eolie

Nei momenti della grande divina solitudine che si prova stando nei punti più alti di queste montagne, che sono isole a causa del mare, ma che sono i picchi di grandi catene sommerse, il cielo è sempre solcato di voli regali, silenziosi, ampi, quasi fatali. È il Falco della regina che, staccandosi dai nidi inaccessibili, sorvola i resti dirupati degli antichissimi vulcani di Panarea o dei preistorici villaggi del primo uomo; oppure il Falcone pel­legrino, con le sue ali aperte per quasi un metro e mezzo, che plana fra burroni e scoscendimenti in cui un tempo scendevano torrenti di fuoco in tutte le isole più montuose; o il Gheppio, piccolo falco che si accontenta anche di lucertole e di insetti. Dicono che a Lipari ci sia ancora la Poiana e che circa 20 anni fa, a Salina, sia stato ucciso un esemplare unico di Falco pescatore, giunto fin qui dai Paesi nordici.

Questi sono i rapaci del giorno, fatti per le grandi altezze, dotati di occhi piccoli e acutissimi capaci di sopportare i raggi del sole più cocente e di scorgere, centinaia di metri sotto di loro, il movimento più insignifi­cante di un piccolo animale. Si nutrono di carne, perciò hanno rostri tre­mendi molto più taglienti e laceranti di un coltello ed artigli inesorabili per ghermire e rapire la preda : conigli selvatici, roditori, un tempo anche piccoli capretti.

Di notte vegliano l'Assiolo, la Civetta, il Barbagianni, chiamato dagli iso­lani « Faccia d'omu » per la sua misteriosa fisionomia simile al viso umano. Anch'essi sono carnivori, preziosi per la caccia che danno soprattutto ai topi, enigmatici e silenziosi abitatori del buio, nel quale sgranano i loro grandi occhi capaci di vedere riflettendo ogni più tenue mutamento della tenebra. Poiché destinati all'oscurità, questi rapaci sono grigi, quasi inco­lori e biancastri e la loro spettrale bruttezza ben si addice alle notti sabbatiche delle isole del fuoco. Eppure, senza di loro, l'equilibrio ecologico si spezzerebbe a vantaggio di orde di famelici roditori.

La Sfinge  (Herse convolvuli)

A Stromboli osservammo che, verso le sette di sera, quando quasi repen­tinamente i caldi pomeriggi meridionali si spengono nel notturno, l'aria si fa pulsante di profumi nuovi per l'aprirsi di fiori particolari : il Con-volvolo « sepium », le Belle di notte, il Caprifoglio. E insieme, freme del volo veloce e deciso di grandi farfalle notturne, centinaia e migliaia di Sfingi che con gran fretta si dirigono ai fiori per un loro appuntamento irrimandabile. Non si può restare indifferenti al rapporto che avviene tra fiore e farfalla: la Sfinge è una delle più grosse farfalle delle nostre lati­tudini, lunga fino a 10 cm, con ali di colore marroncino-cenere, variegate, e con un corpo robusto dalle strisce trasversali rosse e nere. Essa si porta a grande velocità davanti alla protesa tromba floreale e con un movimento velocissimo vi fa penetrare una impensabile proboscide filiforme, lunga ben 8 cm, cioè quasi quanto il suo corpo, mentre si libra immobile con un gran battito d'ali. Poi ritrae, avvoltolandolo, il suo stilo e se ne parte via come una saetta per un altro fiore. La meraviglia più grande sta nel constatare che fiore e insetto sono in un perfetto, reciproco rapporto di causa-effetto: il calice dell'uno è lungo quanto la proboscide del visitatore e la proboscide col suo perfetto congegno di estrazione è congeniale alla forma del fiore. In quel bacio velocissimo il fiore dona alla Sfinge il suo dolce nettare gelosamente riposto solo per lei in fondo al bel calice, in cambio di quel volo che porterà il polline della vita ad altro fiore in attesa...

Il Ragno (Epeira diademata - Classe degli Aracnidi)

Fra le 4000 specie di Ragni che gli scienziati dicono di avere individuato, noi abbiamo avuto un incontro affascinante con l'Epeira diademata: il più grosso, pare, nei nostri Paesi mediterranei.

L'abbiamo vista sia a Panarea sia a Vulcano, al centro di un vero capo­lavoro di tela, circolare quella di Panarea, triangolare quella di Vulcano. Le nostre due Epeire erano molto belle, con un grosso addome rosso-bruno, lucido, ornato di una decorazione di puntini bianchi; otto grandi zampe, bea appaiate a due a due, erano ornate da fasce trasversali bianche e rosso-bruno.L'interesse di conoscenza del nostro animaletto ci ha aiutato a scoprire che i Ragni vengono distinti in migratori e in tessitori (e la nostra Epeira è fra questi) e che, contrariamente a quanto crede il popolino, essi non sono dannosi, ma anzi utilissimi divoratori di insetti nocivi. Inoltre, nella quasi totalità non sono velenosi : anche la Tarantola e la Vedova nera non sarebbero più velenosi di un'Ape; la scienza non ha mai riscontrato un solo caso di morte per puntura di Ragno. La tarantella napoletana non è dunque nata a causa della povera Tarantola, bensì per il sangue frizzante dei giovani meridionali...

L'Epeira     diademata     nella   sua   ragnatela.

Il Pesce spada (Xiphìos gladius - Fam. degli Xifidi]

Noi non riusciremo mai a « cantare » il Pesce spada e soprattutto il rapporto intimo fra i pescatori e questo stupendo pesce, con l'elevatezza di accenti di un D'Arrigo o di un Hemingway. Ma esso merita davvero l'amore degli scrittori e persino quello di chi lo uccide: i pescatori, infatti, amano e rispettano il Pesce spada e, se pure sono costretti a colpirlo per vivere, lo fanno con precisione e sveltezza, attenti a far durare il meno possibile la sua sofferenza.

Snello, argenteo e liscio, con un bel corpo affusolato terminante nella lunga e durissima spada, il pesce può raggiungere anche i due metri di lunghezza. Si nutre di pesci più piccoli, mentre la spada gli serve princi­palmente per difendersi dai suoi unici, veri e mortali nemici: lo Squalo e il Tonno, che infilza trapassandoli da parte a parte in furibonde lotte. Ma la caratteristica più toccante e nota del Pesce spada è l'amore im­menso che lo lega alla sua femmina, che non lascia mai. Mentre di norma esso vive in acque profonde, all'epoca degli amori, da aprile a luglio, le coppie nuotano in una perenne danza nuziale in super­ficie. Ed è dunque questo il periodo in cui l'uomo tende il suo terribile agguato : quando dalla barca i pescatori avvistano la coppia, puntano subito alla femmina che colpiscono con l'arpione.

Alla vista della sua sposa uccisa, il maschio viene assalito dalla più folle disperazione; si avventa con tutta la forza del suo bel corpo contro la barca, a volte riuscendo perfino a perforarne il legno con la spada. Se non viene subito colpito, esso continua a nuotare disperato intorno alla barca, seguendo con occhi sbarrati e il capo fuori dell'acqua la sua amata. I pescatori dicono che il pesce « supplica » di essere ucciso e che l'arpione parte questa volta per troncare quel dolore insopportabile a vedersi. Perciò facilmente, assistendo al rientrare delle barche nelle mattine d'esta­te, vedrete scaricare sulla spiaggia due splendidi grandi pesci d'argento con lunghe spade ormai inerti nel sole, e saprete che lì si è compiuta una tragica storia d'amore e di morte.

Meduse e Sifonofori (Classe degli Scifozoi]

II mare delle Eolie riserba spesso la sgradita sorpresa di incontri... natatorii con piccole e brucianti Meduse; due di noi ne hanno fatto la dolorosa esperienza senza peraltro avere avuto la soddisfazione di vedere l'aggressore. Solo sappiamo di essere stati come frustati da fili invisibili e tenacissimi, che a fatica siamo riusciti a staccare dal braccio o dal collo e di avere provato istantaneamente un acuto bruciore.

Tornati a riva, eravamo percorsi, sulla linea della « frustata », da una lun­ga, rossa e filiforme traccia, che subito dopo si trasformò in vescica. Il bruciore, veramente intenso, durò più giorni per il primo di noi, un giorno e una notte per il secondo. Unguenti e pomate per scottature o eczemi sono in genere efficaci per lenire il dolore; gli isolani usano olio d'oliva. Le bellissime Meduse! Fiori d'acqua, trasparenti nei loro delicati colori; piene di grazia nel fluttuare dei loro filamenti e dei manti maligni; senza fissa dimora, senza cuore, senza cervello e senza meta, esse si lasciano trasportare dalle maree. Alcune specie possiedono un gas col quale gon­fiano una parte del cappello a mo' di vela, per meglio navigare col... vento in poppa. I loro filamenti velenosi catturano ogni specie di preda ani­male, stordendola o addirittura uccidendola col veleno e subito portan­dola allo stomaco, posto sotto l'ombrello, dotato di una eccezionale rapidità di digestione.

La Medusa, nella sua straordinaria bellezza, è un autentico « mostro », nel senso originario della parola; non conosce l'amore dell'amplesso : il ma­schio diffonde nell'acqua i suoi semi e la femmina li attira a sé chimica­mente. Non conosce i suoi figli; abbandona le uova in superficie : queste scendono dopo breve tempo sul fondo, dove si trasformano in Polipi, fissandovisi e trascorrendo in tale forma l'inverno. Al sopraggiungere della primavera, ogni Polipo si divide in lamine piatte, chiamate « efire », ognuna delle quali si stacca dall'individuo originario e se ne va muovendosi per pulsazioni, nuova ed autonoma Medusa.

Misteri della Natura! Dov'è l'unità? Come accade che l'individuo Polipo sia invece una somma di individui completi, di diversa specie? Nella spe­cie dei Sifonofori, poi, il mistero è ancora più fitto. Si tratta di meravi­gliose ghirlande di fiori composti, naviganti; ma ogni fiore ed ogni fila­mento è un individuo a sé stante e ciascuno con una funzione specializ­zata: c'è chi ha la funzione di ghermire, chi di procreare, chi di mangiare, chi di produrre moto. Ogni individuo può essere staccato dal tutto e vive ma solo fino al limite del proprio bisogno degli altri : la morte di ogni singolo è dunque causata dal suo rifiuto del collettivo, anche se la pos­sibilità di vita è perfettamente concessa.

Infine un ulteriore mistero circonda la vita di questi animali : cioè quello della loro consistenza, della materia di cui sono fatti. Se riuscite a cat­turare una Medusa e la mettete sulla sabbia, la vedrete rapidamente scio­gliersi al sole e scomparire ai vostri occhi : di essa non resta nulla... Cos'è dunque la Medusa? È un'illusione ottica? Eppure non è illusione la sua malefica staffilata... È un Polipo? No, perché quel Polipo sparisce e si moltiplica in Meduse bellissime e vaganti, senza patria e senza cuore... Cos'è dunque?

L'Attinia o Anemone di mare (tipo dei Celenterati)

Strombolicchio, il bruno-rossastro isolotto incantato, rimasto a guardia di Stromboli, ha un fondale fantastico e un'acqua di stupefacente lim­pidezza. In questa reggia di lusso vivono gli unici e ultimi esemplari mediterranei di esseri al limite fra regno animale e vegetale : Coralli neri e Attinie equine.

L'Attinia : fiore animale di colori smaglianti, arancio, verde, rosso, giallo, viola, attaccato al fondo da un gambo robusto e carneo. I petali fluttuano con languidezza di alghe nell'acqua. Ma quando un piccolo pesce si avvicina nuotando, ecco che essi si animano di movimenti non più vegetali, ma animali; l'avidità, la brama li possiede. Si stendono scattando, afferrano voracemente il pesciolino, trascinandolo in un moto senza scampo al centro del fiore: e questo centro è una bocca famelica e tutti i petali, ora braccia inesorabili, premono la preda nelle fauci e ve la fanno scomparire dentro. L'Attinia, ora, sembra un bel bocciolo, un fiore in germoglio che contiene un suo piccolo mistero di morte nell'immenso mistero del mare.

Il Paguro o Bernardo l'eremita (Eupagurus bernhardus - tipo dei Crostaceli

Quando ve ne state distesi a pancia in giù sulla battigia, o quando pigra­mente galleggiate dove l'acqua è più bassa, osservando con la maschera subacquea il fondo sabbioso che « sembra » deserto e privo di movimento, vi può accadere di vedere piccole conchiglie animarsi all'improvviso per la fuoruscita di due grosse chele e di zampette rosse che puntano sul fondo e cominciano una buffa marcia a balzelloni sulla sabbia. La « cosa » si muove in modo risibile, un po' clownesco, e viene subito fatto di pensare che la conchiglia non appartenga al suo abitatore, proprio per l'imbarazzo con cui questo se la porta dietro.

La sensazione corrisponde a verità: siamo cioè in presenza di un fenomeno chiamato « commensalismo », ben noto agli studiosi e a quelli di noi che, avendo provato i travagli della guerra e dell'immediato dopo­guerra, hanno sperimentato in proprio la cosiddetta arte di arrangiarsi. L'abitatore provvisorio è quel simpaticone e buffone di Paguro, chiamato anche Bernardo l'eremita, per la sua disposizione a migrare da una con­chiglia vuota all'altra, man mano che. crescendo il suo molle e indifeso addome, la precedente abitazione non lo contiene più. Insomma. se madre Natura, così occupata a creare le sue meraviglie, si è dimenticata, per un lapsus d'altronde comprensibile, di completare il Paguro con la sua brava corazza protettiva come gli altri crostacei, questo s'arrangia come può, adattandosi addosso una delle impenetrabili corazze lasciate vuote in grande quantità dai Gasteropodi.

Ammaestrato dall'esperienza, il buon Bernardo l'eremita è anche disposto a dare a sua volta ospitalità ad altri; così spesso concede all'Attinia, il bellissimo fiore-animale dei fondali, di fissarsi alla sua conchiglia e i due si legano con un patto ben preciso : il Paguro orna la sua dimora di questo splendido e impressionante cimiero che incute rispetto ai nemici e che, all'occorrenza, li ghermisce con i suoi petali-tentacolo e li divora; l'Attinia conquista la meravigliosa facoltà della deambulazione, grazie alle scor­ribande traballanti del suo amico. Certo veder avanzare questo strampa­lato carro di Tespi, con Bernardo che arranca trascinando con andatura da ubriaco una casa non sua e sopra il gran fastigio floreale dell'Attinia con i suoi cento piumaggi danzanti, è uno spettacolo divertentissimo. Ma la naturale disposizione del Paguro all'arte del circo non finisce qui : esso è solito giocare a ruzzoloni con i suoi compagni, come fossero cuccioli o ragazzini pieni di una irrefrenabile gioia di vivere; giocano per bande, si rincorrono, scappano, si accapigliano in genere per contendersi il corpo di un pesciolino. Accade allora che avanzi fra gli « scugnizzi », con passo tronfio, un grosso Paguro adulto e, senza tanti complimenti, afferri con la poderosa tenaglia uno a caso dei « ragazzi » per una zampa, per dargli una lezione severa di buona creanza e prendersi il pesce. E che fa il pic­colo malcapitato? Con guizzi improvvisi si « sfila » la zampa, lasciandola ancora sussultante nella chela dell'adulto e fugge via con tutta la velocità delle zampette che gli restano. Già, perché Bernardo l'eremita, da vero clown, ha anche questa prerogativa : di amputarsi le zampe a piacere, tanto poi ricresceranno.

Il Rombo (Rhombus maximus - Ordine dei Pleuronettiformi]

Quello di galleggiare nell'acqua bassa guardando il fondo attraverso la maschera è, come già abbiamo visto a proposito dell'incontro con i Paguri, un passatempo e un riposo ricco di divertenti scoperte. Dapprima capitò ad uno di noi, poi divenne un gioco di società del gruppo. Accadde che, osservando le ondulazioni di un basso fondale di Panarea, a un tratto cinque centimetri quadrati di sabbia si spostarono in avanti con un guizzo improvviso : naturalmente l'osservatore pensò impressionato di avere un forte esaurimento nervoso... Ma tendendo titubante un dito verso il punto della sabbia che si era mosso, esso fece ancora un guizzo in avanti e questa volta l'osservatore si accorse che i cinque centimetri quadrati avevano la forma di un piccolo pesce piatto e tondeggiante, molto simile a una Sogliola. Ci vollero buoni dieci minuti di osservazione e di prove perché il nostro amico si rendesse conto di non essere ammalato di allucinazioni, ma di trovarsi in presenza di un pesce, che poi scoprimmo essere un Rombo, tanto ben mimetizzato con la sabbia da non potersi in alcun modo distin­guere da questa quando è fermo.

A Stromboli constatammo che sul fondo sassoso di pietre vulcaniche il Rombo si mimetizzava perfettamente anche con il colore brunito della lava; più tardi leggemmo che in acquario col fondo in mosaico di marmo il nostro si « marmorizza ».

Come il Rombo, si comportano altri due pesci dello stesso tipo: la Sogliola e la Passera di mare. Essi sono così fiduciosi nella grande possibilità di cui li ha dotati madre Natura, che si spostano soltanto quando il peri­colo è vicinissimo a loro. Il Rombo ha un carattere perfino socievole e noi stavamo a lungo in acqua a giocare con i piccoli amici, senza che essi si allontanassero più di un spanna; li incuriosivano i nostri piedi e si avvi­cinavano a guardarli, li circumnavigavano. Se avvicinavamo una mano senza intenzioni aggressive, i Rombi non fuggivano e si poteva stare in una sorta di comunione naturale.

A cosa si doveva la gioia limpida che ci invadeva? Forse alla certezza di non essere « nemici », di essere accolti dalla Natura attraverso quel suo piccolo rappresentante trasformista. Forse, e più precisamente, la nostra serenità cresceva di giorno in giorno nella misura in cui andava spegnendosi in noi quella carica di aggressività che marchia gli appartenenti al nostro stato, e tutti gli altri esseri vivi, dai fiori al Rombo, ce ne davano testimo­nianza con la loro confidenza.

Le Stelle di mare  (Fam. Echinodermi - Classe degli Asteroidi)

Conosciamo tutti le Stelle di mare, i più per averle viste disseccate in risto­ranti dal menù marinaro o in casa di un amico. Negli ultimi anni il dila­gare delle maschere subacquee ha portato un gran numero di persone im­preparate a profanare la vita privata di questi bellissimi animali. E diciamo profanare, perché sono ben pochi coloro che resistono alla ten­tazione, una volta sorpresa la Stella di mare nei fondali più accessibili, di prenderla e portarla in superficie : ci si fa belli con gli amici, si decide di farla essiccare, poi si scopre che puzza e se ne abbandona il corpo nel giardino dell'albergo. Si è uccisa così una vera meraviglia del creato sol­tanto per vana ambizione, per la incapacità di contenere dentro di sé l'esperienza del bello, senza volerlo possedere materialmente. Si è comun­que ucciso per nulla.

Le Stelle di mare si distinguono in due classi : gli « Asteroidi », più simili a stelle; gli « Ofiuridi », fatti a braccia serpentine, sottili. Nel mare delle Eolie si trovano in gran quantità dei tipi  di Stelle rosse con le cinque braccia tondeggianti, ma troppo grosse per definirle Ofiuridi. Vagando in contemplazione dei fondali, muniti di maschera, è facile scor­gere le meravigliose Stelle rosse che addobbano le rocce. Cosa desta la nostra meraviglia in questo animale? Per noi è la forma, così identica al cliché di  astro  che portiamo  dentro,  da farci rimanere senza fiato di fronte a quella Stella che incontriamo nell'imo fondo, quan­do penseremmo di vederla nell'infinito alto.

Ha una proprietà che ci conturba: se le vengono amputate una o più brac­cia queste ricrescono. Ma c'è di più, se essa viene tagliata in due, da ogni metà nasce una nuova Stella marina. E ancora una volta la Natura ci sor­prende : dov'è l'unità? In quale delle due nuove Stelle? Questo tipo di ripro­duzione viene detto « asessuale »; come se vi fosse nella Natura stessa una fonte di vita interna, una causa intima del sussistere e del moltiplicarsi che, non accettando la morte, risponde addirittura con la moltiplicazione... La Stella si nutre prevalentemente di molluschi: si attacca ai bivalvi aderendo alle due valve con i pedicelli dei suoi raggi e vi esercita una leggera ma continua aspirazione che nella durata vince la potente forza avversa che tiene chiuse ermeticamente le conchiglie.

La bocca della Stella è troppo piccola per riuscire a ingoiare il mollusco; quindi essa estroflette l'intero stomaco dentro alle valve della vittima, lo risucchia e lo digerisce direttamente.

Per spostarsi alla ricerca del cibo, la Stella marina usa una deambulazio­ne particolare, vero capolavoro di tecnica idraulica che, pompando l'acqua attraverso le tubazioni della piastra centrale, la immette nei pedicelli am-bulacrali, imprimendo loro una spinta che porta il braccio interessato in avanti fino ad incontrare una superficie cui ancorarsi mediante le ventose e ad avanzare nella direzione voluta.

Vedere, toccare, muovere una Stella marina da il senso del contatto con una materia che si muove e vive, ma attraverso una fonte motrice molto diversa dalla nostra di mammiferi; Asteroidi e Ofiuridi appartengono a quelle specie viventi che sembrano rispondere soprattutto al comando di rappresentare la vita nel tutto possibile della forma. In loro si esprime sol­tanto il riflesso condizionato indiretto di uno spirito. Eppure anche questo è talmente grande e stupefacente da farci restare pensierosi sulla immen­sità del possibile.